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lunedì 14 agosto 2017

Maria è viva per tutta l'eternità (di san Giovanni Damasceno)

Oggi l`arca santa e vivente del Dio vivo, colei che portò in seno il suo stesso Creatore, riposa nel tempio del Signore, non costruito da mano d`uomo. Davide, suo antenato e progenitore di Dio, trasale di gioia; gli angeli danzano in festa, gli arcangeli applaudono e le potenze del cielo cantano gloria...  Colei che fece scaturire per tutti la vera vita, come avrebbe potuto essere soggetta alla morte? E` vero: anch`essa si piega alla legge promulgata dal proprio figlio e, come figlia del vecchio Adamo, subisce la sentenza emessa contro il padre, poiché neppure suo Figlio, che è la Vita stessa, vi si è sottratto. Ma, come madre del Dio vivente, è giusto che sia portata presso di lui.
  Perché, se Dio ha detto, a proposito del primo uomo creato: Che ora non stenda la sua mano per cogliere il frutto dell`albero della vita e, gustandolo, non viva in eterno (Gen 3,22), colei che ha ricevuto in sé la Vita stessa, infinita e illimitata, la Vita che non conosce né inizio né termine, come non sarebbe viva per tutta l`eternità?
 
  Un tempo, il Signore Dio aveva scacciato dal paradiso dell`Eden e mandato in esilio i progenitori della nostra razza mortale, che erano come inebriati dal vino della disobbedienza, avevano gli occhi del cuore appesantiti dall`ebbrezza della trasgressione, lo sguardo dello spirito oppresso dallo stordimento della colpa, ed erano addormentati nel sonno della morte. Ma ora, il paradiso non riceverà forse colei che ha infranto in sé l`impeto delle passioni e ha portato alla luce il germoglio dell`obbedienza a Dio e al Padre, dando inizio alla vita di tutto il genere umano? Il cielo non le aprirà forse con gioia le sue porte?...   
  Se Cristo, che è la Vita e la Verità, ha detto: Dove sono io, là sarà anche il mio servo (Gv 12,26), a maggior ragione, come non abiterà con lui sua madre?... Poiché il corpo santo e puro che in lei si era unito al Verbo divino, si levò dal sepolcro il terzo giorno, bisognava che anche lei fosse strappata alla tomba e che la madre fosse assunta presso il Figlio.
  Egli era sceso verso di lei: così essa, la creatura amata sopra ogni altra, doveva essere elevata in una dimora più grande e più perfetta, nel cielo stesso (cf. Eb 9,11.24). Era giusto che colei che aveva ospitato nel suo grembo il Verbo divino si stabilisse nella dimora del suo Figlio.  E come il Signore disse che egli doveva essere nella casa del Padre (cf. Lc 2,49), così era necessario che la Madre abitasse nella dimora regale di suo Figlio, nella casa del Signore, negli atri del nostro Dio (Sal 134,2). Perché, se lì è la dimora di tutti quelli che sono nella gioia, dove mai dovrebbe risiedere colei che è la causa stessa della gioia?
   Giovanni Damasceno, Homilia II in dormitionem B.V.M.

giovedì 10 agosto 2017

Quante guerre gli USA possono condurre simultaneamente?

Con oltre 800 basi militari in tutto il mondo, la spesa militare che impegna fino alla metà del bilancio federale, uno stato permanente di guerra sostenuto da una propaganda di guerra pervasiva, i membri del Congresso cosiddetti "neocons" che sostengono, giorno dopo giorno, ulteriori interventi militari, bombardamenti, cambi di regime, sanzioni (di recente contro la Corea del Nord, il Venezuela, l'Iran, la Russia e per conseguenza la Germania e la Francia), armi consegnate per le loro guerre per procura alle forze da essi usate (nei giorni scorsi all'Ucraina occidentale) e per i progetti di future guerre (Iran, Corea del Nord), gli Stati Uniti d'America, la cui economia è strettamente legata alle guerre fin dalla seconda guerra mondiale, cercano di perpetuare il loro sistema ad ogni costo, anche a costo di mettere in pericolo l'intero pianeta. Inoltre, come ogni sistema capitalistico, l'apparato bellico degli Stati Uniti ne implica la crescita. Traduzione: sempre più guerre. Ma fino a che punto e per quanto tempo?
nota introduttiva di Entekelekhia

di Patrick J. Buchanan

Sabato, Kim Jong Un ha testato un missile ICBM di portata sufficiente a colpire il territorio degli Stati Uniti. Ora sta lavorando per migliorarne la precisione e perché possa ospitare una testata nucleare abbastanza piccola, che possa tenere sul missile e rientrare nell'atmosfera.
A meno che non crediamo che Kim sia un pazzo suicida, il suo obiettivo sembra chiaro. Vuole ciò che ogni potenza nucleare vuole: mostrare la capacità di colpire il territorio del suo nemico con un terribile impatto, al fine di dissuadere quel nemico. Kim vuole che il suo regime sia riconosciuto e rispettato, e che gli USA, che hanno pesantemente bombardato il nord dal 1950 al 1953, lascino la Corea.
Dove porta tutto questo? Cliff Kupchan del "Gruppo Eurasia" ha dichiarato: "Gli Stati Uniti sono di fronte a una scelta binaria: o accettare la Corea del Nord nel club delle potenze nucleari o rischiare un'azione militare con la certezza che si tradurrebbe in perdite civili impressionanti. "
Diciamoci la verità. Le sanzioni statunitensi contro la Corea del Nord, come quelle che sono state varate la scorsa settimana non impediranno a Kim di fare progressi con i suoi missili. E' troppo vicino al suo obbiettivo.
Qualsiasi attacco preventivo contro il Nord potrebbe innescare un contrattacco contro Seul che ucciderebbe decine di migliaia di sudcoreani e anche soldati statunitensi di stanza nel paese e le loro famiglie.
Questo equivarrebbe a scatenare una guerra totale contro la Corea del Nord, ed è una guerra che il popolo americano non vuole.
Sabato scorso, il presidente Trump ha "twittato" la sua frustrazione sui fallimenti della Cina a togliere le castagne dal fuoco per gli USA : «non fanno NIENTE per noi con la Corea del Nord, solo parlare. Noi non permetteremo che ciò continui. La Cina potrebbe agevolmente risolvere questo problema. »
Domenica scorsa, i bombardieri B-1B degli Stati Uniti hanno sorvolato la Corea e il comandante della US Air Force del Pacifico, generale Terrence J. O'Shaughnessy ha detto che le sue unità erano pronte a colpire la Corea del Nord con una «forza rapida , letale e travolgente.»
Pertanto sempre Domenica, Xi Jinping ha passato in rivista un'imponente parata militare di carri armati, di aerei, di truppe e di missili, con i funzionari cinesi che deridevano Trump: "un Presidente novizio" e un "bambino viziato" che bluffa contro la Corea del Nord. È vero? Lo sapremo presto.
Secondo il primo ministro giapponese Shinzo Abe, Trump ha promesso di "prendere tutte le misure necessarie" per proteggere gli alleati degli Stati Uniti. E l'ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, Nikki Haley ha mostrato gli artigli dicendo: "il tempo delle chiacchiere è finito."
Stiamo andando verso un confronto militare con il Nord? I mercati, che hanno continuato a registrare i record di lunedi, non sembrano pensarlo.
Dopo che il Congresso ha approvato con maggioranza schiacciante un altro round di sanzioni contro la Russia la settimana scorsa, e che Trump ha firmato la legge che lo priva di qualsiasi diritto di revocare le sanzioni senza l'approvazione del Congresso, la Russia ha abbandonato ogni speranza di riavvicinamento con l'America di Trump. Domenica scorsa, Putin ha ordinato all'ambasciata e al Consolato degli Stati Uniti di ridurre il loro staff di 755 persone.
La seconda Guerra Fredda, iniziata quando gli Stati Uniti hanno posizionato la NATO al confine con la Russia ed hanno aiutato i golpisti a rovesciare il governo filo-russo di Kiev, si va raffreddando ad alta velocità. Stiamo aspettando una risposta da Mosca all'ostilità del Congresso, quando gli Stati Uniti avranno bisogno di assistenza in Siria o con la Corea del Nord.
Le sanzioni varate la scorsa settimana hanno colpito anche l'Iran, dopo che questi hanno testato un razzo destinato a mettere in orbita un satellite, anche se l'accordo sul nucleare vieta solo i test di missili balistici in grado di trasportare testate nucleari. Gli iraniani hanno perciò fermamente replicato che i loro test missilistici sarebbero continuati.
In questi ultimi giorni si sono viste pure navi da guerra degli Stati Uniti e motovedette iraniane in pericolosa prossimità, con le imbarcazioni USA che mandavano segnali di avvertimento e colpi di intimidazione. Aerei e navi degli Stati Uniti si sono incrociati con frequenza sempre maggiore anche con le navi e gli aerei russi e cinesi nel Mar Baltico e nel Mar Cinese Meridionale.
Mentre gli USA sono titubanti a iniziare una guerra contro la Corea del nord, Washington sembra stia sbavando per una guerra contro l'Iran. Di fatto Trump ha minacciato di denunciare l'Iran per violazione dell'accordo sulle armi nucleari e questo suggerisce un possibile futuro confronto.
Ma uno si chiede: Se il Congresso è determinato a confrontarsi con quel cattivo che è l'Iran, perché non annulla la commessa dei Mullah iraniani per l'acquisto di 140 aerei alla Boeing? Perché gli USA vendono aerei di linea al “più grande sponsor del terrorismo del mondo"? Lasciano che Airbus prenda soldi insanguinati?
A quanto pare, le guerre americane in Afghanistan, Siria, Iraq, Yemen e Somalia non sono sufficienti a saziare il Partito della guerra. Adesso vuole istigare i Sunniti del Medio Oriente contro gli Sciti, che sono dominanti in Iran, Iraq, Siria e Sud del Libano e sono una maggioranza in Bahrein e nelle regioni produttrici di petrolio dell'Arabia Saudita.
I militari USA avranno lavoro. Il presidente Trump potrebbe avere bisogno di truppe transgender, dopo tutto...
Uno dei motivi per cui Trump ha sconfitto i suoi rivali repubblicani nel 2016 era che sembrava condividere il desiderio del popolo americano di concentrarsi sulla politica interna. Tuttavia, oggi, i rapporti USA con la Cina e la Russia sono così cattivi come mai sono stati in decenni, mentre si parla di guerra contro l'Iran e la Corea del Nord.
E' questo che l'America ha votato, o è contro questo che l'America ha votato?
Articolo originale in Inglese apparso su Buchanan.org  con il titolo: Shall We Fight Them All? il 31 Luglio 2017
Traduzione dall'Inglese di Gb.P.

martedì 8 agosto 2017

Mons. Abou-Khazen, da Aleppo: "Qui le sfide sono molte e complesse, ma la volontà della gente di vivere e ricostruire trionferà sulle paure e sulle difficoltà"


Comunicato di mons Georges Abou-Khazen – francescano della Custodia di Terra Santa e Vicario apostolico di Aleppo

Pochi giorni prima del Natale 2016, Aleppo è stata liberata ed unificata dopo quattro anni di guerra e violenza. Città divisa, assedio quasi totale, bombardamenti alla cieca sui quartieri che hanno seminato morte e terrore tra i civili, disoccupazione, elettricitá del tutto tagliata e atavica mancanza di risorse idriche. La liberazione della cittá da parte dell’esercito regolare ha segnato una nuova tappa nella guerra siriana: la speranza e l’incentivo di liberare dai gruppi terroristici il resto del Paese, ed in modo speciale ha allontanato la paura della divisione della Siria, nonché la possibilità di creare uno Stato moderno dove i diversi gruppi etnici e religiosi possano vivere in pace ed in armonia.  Il tempo di festeggiare un evento così importante come la liberazione della città deve lasciare ora il posto alle gradi sfide che ci aspettano per il nostro futuro:
1 – Dopo aver liberato e unito tra loro i quartieri attraverso le reti viarie, è necessario ri-unire e riconciliare gli abitanti.
2 – Superare il trauma della guerra e del terrore che ha colpito tutti gli abitanti, in un modo speciale i bambini e i giovani.
3 – Dare assistenza ai minori rimasti orfani dei genitori. Le statistiche,  parlano di più di duemila bambini in questa condizione; il Governo sta cercando di registrarli fornendo loro i documenti necessari.
4 – Molti bambini non hanno potuto frequentare la scuola per quattro o cinque anni. Va colmato questo vuoto di educazione e insegnamento.
5 – C’è da occuparsi di un’intera popolazione rimasta senza lavoro né soldi a causa del perdurante conflitto.
6 – Ricostruzione degli edifici sventrati, compresi i mercati della città vecchia, gli edifici pubblici e religiosi, ad esempio tutto il patrimonio delle chiese di Aleppo, distrutte o parzialmente danneggiate.
7  – A questo problema si lega la necessità di fornire un alloggio alle famiglie rimaste senza casa.
8 – Una grande sfida è quella di far tornare la fiducia nelle persone e allontanare la diffidenza nei confronti delle altre comunità etniche.
9 – Molte famiglie, dopo essere emigrate, stanno già tornando ad Aleppo. Questo fenomeno va incentivato, aiutando chi aveva un’attività a ricominciare.
10 – All’interno della comunità cristiana ci stiamo ponendo interrogativi sul nostro futuro. Una cosa è certa: la Chiesa in Aleppo e  in tutta la Siria non sarà più la stessa. Questo conflitto ha creato un prima e un dopo. Ad Aleppo stiamo pensando di organizzare un Sinodo inter-comunitario che coinvolga tutti i riti cattolici presenti nella città (sei riti con sei vescovi).
Le esigenze e le sfide sono molte e complesse, ma la volontà della gente di vivere e ricostruire trionferà sulle paure e sulle inevitabili difficoltà. Il Signore ci doni la sua Pace per il bene della Siria e di tutta la regione.

venerdì 4 agosto 2017

Siria, che ipotesi si possono fare per il dopo ISIS?

di Mario Villani

A conclusione del mio precedente articolo  ho espresso il timore che la fine dell’ISIS non avrebbe comportato automaticamente la fine del conflitto in corso ormai da sei anni, ma solo il suo passaggio ad una fase differente. Qualche amico mi ha accusato di eccessivo pessimismo (e spero che abbia ragione) e mi ha comunque chiesto di spiegare sulla base di quali elementi ho formulato una simile previsione.
Vedrò di spiegarmi meglio.

In primo luogo devo però fornire alcuni aggiornamenti sulla situazione sui campi di battaglia.
L’offensiva lanciata sul Qalamoun da parte degli eserciti siriano e libanese, ma, soprattutto, dagli Hezbollah si è conclusa con la vittoria di questi ultimi  e la completa disfatta degli islamisti che hanno dovuto abbandonare le loro posizioni attorno ad Arsal ed accettare di arrendersi pur di poter raggiungere incolumi la provincia di Idleb. Contemporaneamente è continuata, da due direzioni, la marcia di avvicinamento dell’esercito siriano alla città assediata di Der Ezzor. Quest’importante centro sull’Eufrate era stato scelto dall’ISIS (ma soprattutto dai suoi ispiratori) come capitale di uno stato wahabita che avrebbe dovuto nascere dalla disintegrazione della Siria. Per questa ragione, da tre anni, l’ISIS ha impegnato su questo fronte i suoi reparti migliori e più determinati lanciando centinaia di attacchi che però non sono riusciti a vincere la resistenza delle truppe siriane trincerate in alcuni quartieri della città ed intorno al suo aeroporto.
Quando su questo fronte tutto sarà finito bisognerà che qualcuno faccia conoscere al mondo come poche migliaia di paracadutisti, appoggiati da qualche volontario locale siano riusciti siano riusciti a tenere le loro posizioni, malgrado la scarsità dei rifornimenti, contro un nemico molto più numeroso e tanto determinato da lanciare centinaia di kamikaze contro le loro linee.

Perchè quindi, malgrado questi sviluppi positivi, continuo a non vedere vicina la fine del conflitto in Siria? Perchè, secondo me ci sono dei nodi che sono ben lontani dall’essere sciolti.
Vediamo quali sono.

Il primo: i Curdi. Di fatto il nord della Siria è in buona parte sotto il controllo di milizie curde che si comportano come se ormai fossero una nazione indipendente, addirittura arrivando a praticare una forma di pulizia etnica soft ai danni della popolazione araba. Se l’enclave curda situata a nord di Aleppo potrebbe forse accettare ancora l’autorità, almeno formale, di Damasco pur di essere difesa dalla minaccia dei Turchi, la più grande enclave situata a nord est è guidata da milizie che, sentendosi appoggiate dagli USA ed essendo protagoniste della presa di Raqqa, puntano senza mezzi termini ad una completa indipendenza che però il governo siriano non è disposto a concedere.

Secondo nodo: i Turchi. Ankara ha oggi in Siria due obbiettivi primari: impedire con ogni mezzo la nascita di uno stato curdo (a meno che non sia governato da sue marionette) e non uscire a mani vuote dal conflitto. Se le milizie che appoggia e finanzia non riusciranno a conseguirle questi due obbiettivi non è escluso che la Turchia decida di intervenire direttamente in maniera molto più massiccia di come ha fatto fin’ora.

Terzo nodo: Israele. Tel Aviv vede con preoccupazione il ritorno dell’esercito siriano (e di Hezbollah) sulle sue frontiere e preferisce di gran lunga che vi siano dei piccoli stati cuscinetto indipendentemente da chi governati. Qualcosa del genere fece, anni addietro, in Libano promuovendo, nelle regioni meridionali, la costituzione di una milizia denominata Esercito del Libano Sud che però si sciolse come neve al sole di fronte all’offensiva di Hezbollah.

Quarto nodo: la provincia di Idleb e regioni confinanti. In questa provincia sono ormai concentrate decine di migliaia di islamisti, fuggiti da altre aree del paese riconquistate dall’esercito siriano. Queste bande hanno i loro protettori internazionali che attualmente sono però in rotta tra di loro. Una eventuale offensiva siriana su Idleb potrebbe però ricompattare Arabia Saudita, Turchia e Qatar e spingerle a riprendere l’aiuto ai loro alleati sul campo.

Ultimo nodo: gli USA. Da anni perseguono in Medio Oriente quella che può essere definita una vera e propria strategia del caos. Non vi sono segni che questa strategia sia stata affossata. Sembrerebbe che Trump non la condivida, ma quanto comanda realmente Trump oggi? E soprattutto per quanto resterà ancora Presidente degli Stati Uniti? Di fatto la presenza (illegale) di truppe americane in Siria non solo non è diminuita, ma anzi negli ultimi mesi si è rafforzata.

A fianco di queste problematiche vi sono quelle che riguardano invece il campo opposto, quello dei sostenitori del Governo di Damasco.

Ne accenno solo a due.

1) Il regime Baatista non è compatto, ma è da sempre diviso in due anime. Una laicista, socialisteggiante, militarista, caratterizzata in passato per l’ammirazione verso l’Unione Sovietica. L’altra moderata, liberista, favorevole a caute riforme sia in campo economico che politico. Se Afez Assad era stato un’esponente della prima anima, Bashar Assad sembrerebbe protendere più verso la seconda. Queste due anime, a fronte del pericolo mortale corso dalla Siria, si sono ricompattate, ma le differenze rimangono ed anzi temo che qualcuno, in particolare nelle Forze Armate che oggi hanno acquisito un enorme prestigio e che hanno una tradizione di “interventi” in politica, mediti già una resa dei conti interna al partito Baath.

2) Per fronteggiare la minaccia delle bande islamiste in molte città e villaggi sono nate e si sono organizzate molte milizie locali. Alcune hanno svolto un’azione efficace e preziosa (basti pensare alle milizie cristiane di Maalula e Qamishli). Altre si sono dedicate più che altro a taglieggiare i propri concittadini suscitando malcontento e rancori. Non sarà facile, al termine del conflitto, far rientrare nei ranghi e convincere a riprendere una vita normale questi miliziani che da anni, di fatto, vivono di violenza.

Ovviamente mi auguro che questi miei timori si rivelino privi di fondamento e che per la Siria il giorno della Resurrezione sia vicino. Per questo ribadisco ci si debba affidare in egual misura a San Marone (che era siriano) ed alle capacità diplomatiche del Ministro degli Affari Esteri della Russia, Lavrov.

    Mario Villani
PS
Il 31 luglio la Chiesa Maronita ha celebrato la Giornata dei Martiri delle Chiese d’Oriente. Qualcuno ha sentito qualcosa sui media mainstream?

http://www.appunti.ru/articolo.aspx?id=957&type=home

martedì 1 agosto 2017

Idlib, futura capitale dello Stato Islamico?

  
158 bus sono pronti a trasferire 9mila jihadisti di alQaeda e le loro famiglie verso Idlib, dopo la sconfitta di AlQaeda in Arsal ( dai campi profughi libanesi che occupavano), a seguito di accordo con Hezbollah

Pubblicato il 27 Luglio 2017 da CHRÉTIENS DE SYRIE POUR LA PAIX
Nel mese di aprile 2015, l'alleanza tra al-Nusra, (poi ribattezzato Fath Al-Sham) e il gruppo islamista Ahrar al-Sham, che è anche il co-fondatore con l'Esercito dell'Islam del "Fronte islamico", ha permesso la creazione dell'Esercito della Conquista. In pochi giorni, questo esercito ha preso il completo sopravvento in questa provincia di Idlib. Come Daesh, entrambe le organizzazioni sostengono la creazione di uno Stato islamico e le loro impronte settarie appaiono su tutti i muri, marcando con le loro mani la conquista della città e dei suoi abitanti. L'Esercito della Conquista è stato ribattezzato: Tahrir al-Sham.
Bisogna sapere che questa provincia è la meta preferita dei "jihadisti" cacciati dalla città di Aleppo e dai villaggi liberati dall'esercito siriano. Si trovano in questa provincia anche gruppi di miliziani di diversi paesi: Turchi, Ceceni, Uighuri, Sauditi, Francesi, Belgi ... Questi gruppi di individui, si sono impadroniti delle case e dei beni dei siriani e vi si sono stabiliti con le loro famiglie. Turchia, Qatar, Arabia Saudita e altri paesi del Golfo, hanno notevolmente facilitato il loro arrivo e hanno fornito tutto il supporto logistico necessario alla loro permanenza. E' in questa provincia che gli abitanti dei villaggi sono stati macinati in frantoi di pietra, sotto lo sguardo silenzioso e benevolo della comunità internazionale che appellava in quel periodo al sostegno ai "ribelli" e ad accogliere i rifugiati!
Ma lì, la coabitazione felice tra questi gruppi non è durata. Negli ultimi mesi, il vento è girato a Idlib e gli alleati di ieri son diventati i nemici di oggi. Le tensioni sono aumentate tra i jihadisti. E domenica, Fath al-Sham (al-Nosra) ha occupato la città e ora controlla totalmente la provincia di Idleb. Questo atto di forza è stato attuato in poche ore, senza combattere e ci ricorda tanto la caduta di Raqqa nel 2013. A quel tempo, la coppia (Al-Nosra / Ahrar al-Sham) si è impadronita della città in 24 ore senza combattere, per renderla poi un anno dopo la capitale di Daesh. I disaccordi mostrati nelle ultime settimane tra l'Arabia Saudita e il Qatar hanno qualche motivazione? O forse è stato l'annuncio della cessazione degli aiuti degli Stati Uniti che ha dato fuoco alle polveri?
Tahrir al-Sham, è classificata come organizzazione terroristica da parte delle Nazioni Unite, dagli Stati Uniti e dalla Russia. Dal 2015, la Russia chiede agli occidentali di riconoscere anche altri gruppi islamisti come organizzazioni terroristiche, purtroppo senza successo. E le "teste pensanti" del Quai d'Orsay han voluto forzare l'Unione europea ad aiutare questi "ribelli" nella amministrazione della provincia!
Adesso che la distinzione è chiara, che cosa diventerà la provincia di Idleb? Andrà a sostituire Mosul per diventare il nuovo feudo di uno Stato Islamico?
  traduzione dal francese di GB.P