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lunedì 31 luglio 2017

31 luglio “Giornata dei Martiri delle Chiese d'Oriente”






FIDES:   La Chiesa maronita celebra il  31 luglio la "Giornata dei Martiri delle Chiese d'Oriente", nel quadro dell'Anno del Martirio e dei Martiri” proclamato dal Patriarca maronita Bechara Boutros Rai come tema speciale per fare memoria di quanti perdono la vita perchè portano il nome di Cristo. 
La decisione di dedicare l'ultimo mese di luglio alla celebrazione dei martiri delle Chiese orientali e stata confermata venerdì 14 luglio, in occasione dell'incontro tra Presidente libanese Michel Aoun e un comitato patriarcale, ricevuto dal Capo di Stato nel Palazzo presidenziale di Baabda, a Beirut. 
I membri del comitato patriarcale, presieduto da Mounir Khaïrallah, Vescovo di Batrun, si erano recati dal Presidente Aoun per invitarlo ufficialmente all'ncontro in programma domenica 30 luglio presso la sede patriarcale estiva di Diman, in occasione della presentazione dell'Enciclopedia dei martiri delle Chiese d'Oriente, opera di padre Elias Khalil. 

L'Anno del Martirio e dei Martiri, proclamato dalla Chiesa maronita, è iniziato lo scorso 9 febbraio, giorno della Festa di San Marone, e concluderà il 2 marzo 2018.
http://fides.org/it/news/62646-ASIA_LIBANO_
La_Chiesa_maronita_celebrera_il_31_luglio
_la_Giornata_dei_Martiri_delle_Chiese_d_Oriente#.WX8yt4TyiM-

sabato 29 luglio 2017

Aleppo: "La speranza è qui qualunque cosa accada e i Siriani sono forti"

Nonostante la mancanza di clienti e la distruzione, le persone cercano di ritrovare la loro vita di prima, hanno riaperto piccoli negozi, una fabbrica di ghiaccio che la gente va a cercare in blocchi per conservare i cibi, meccanici, sarti, panettieri...

Restano anche molti razzi ed esplosivi nella maggior parte delle strade che non sono state sgomberate, alla liberazione molte persone sono morte sulle trappole collocate dai terroristi.

 Nonostante la calma su una buona parte della città, la situazione è difficile, non solo i terroristi ci sparano ancora addosso, ma soprattutto economicamente a causa delle sanzioni votate da molti paesi (tra cui la Francia- e l'Italia n.d.t.) contro la popolazione Siriana che non ha per molti, altro che la scelta se non la speranza di trovare un nuovo inizio migrando in Europa: su una pietra due colpi per l'Europa in termini di meccanismo di guerra per distruggere un paese. Il bersaglio privilegiato? Le persone.
La speranza è qui qualunque cosa accada e i Siriani sono forti.


La fede cristiana è nata in Oriente, in Siria, e la rinascita cristiana deve partire proprio da lì”.
SIR, 27 luglio 2017

Ne è convinto mons. Jean-Clément Jeanbart, arcivescovo di Aleppo, che in un appello al Sir chiede ai Paesi occidentali di “incoraggiare i profughi a tornare in Siria”: “Aiutateci a rimanere dove siamo nati e dove la Chiesa è nata”.
Sono vescovo da 22 anni – racconta – e 5 anni fa riflettevo per preparare la mia successione e mettere a posto le cose. Poi è arrivata la guerra e mi sono detto: ‘Non è il mio momento, devo fare qualcosa per aiutare il mio popolo’”.
Un “grandissimo problema” è rappresentato dall’esodo dei cristiani: “La prima Chiesa è stata stabilita in Siria, mentre in Palestina i cristiani erano fuori legge qui si riunivano in pubblico. C’è qualcosa di molto speciale nei cristiani di Siria. Ho consacrato il resto della mia vita alla loro permanenza in questa terra santificata dal sangue di milioni di martiri e dalle reliquie di migliaia di cristiani che sono morti in Siria. Lotto per fare tutto quello che posso contro questa emorragia”.

Il vescovo ha lanciato anche il programma “Aleppo vi aspetta”, per invitare i cristiani a tornare nel loro Paese: “Siamo pronti ad aiutare tutti coloro che vogliono, ma non possono. Paghiamo il viaggio e offriamo una casa per 4 anni, li aiutiamo con il lavoro e ospitiamo i figli nelle scuole cattoliche. Se alcune famiglie cominceranno a tornare, potrà cambiare il ciclo e il futuro sarà migliore. Quando la guerra finirà, il lavoro ci sarà e la gente sarà felice di vivere ad Aleppo”.

mercoledì 26 luglio 2017

Il piano Yinon di Israele, wabbismo e guerre USA: i cristiani arabi spinti all'esodo di massa.

 "Il pericolo reale sta nel fatto che il mondo cristiano perde gli ultimi di coloro che furono i primi cristiani... le ultime anime antiche della terra". Tale è la previsione di uno scrittore per quanto riguarda l'esodo continuo dei cristiani arabi dal Medio Oriente - un esodo innescato dal neocolonialismo occidentale e dall'espansione sionista che si adatta al sistema militare-industriale.

 Negli Stati Uniti, la religione è una parte importante della vita pubblica - tanto che spesso trova la sua strada anche in politica. A livello della politica nazionale, è stato storicamente difficile vincere un'elezione, soprattutto a livello nazionale o statale, se si segue una fede non condivisa dalla grande maggioranza degli americani religiosi: il cristianesimo.
Questo fenomeno è ancora più pronunciato dopo l'ascesa della "maggioranza morale" negli anni '80. Ma nonostante l'importanza del cristianesimo nella vita pubblica e privata dei cittadini e dei politici americani, i cristiani americani hanno suscitato pochissima preoccupazione per il destino del cristianesimo laddove esso è nato: il Medio Oriente.
Il paesaggio religioso del Medio Oriente si è spostato significativamente negli ultimi anni, poiché i gruppi religiosi chiave, inclusi i cristiani, stanno allontanandosi da questi luoghi con esodi di massa. Secondo Todd Johnson, direttore del Centro per lo Studio del Cristianesimo globale presso il Seminario teologico di Gordon-Conwell, i cristiani saranno circa il 3,6 per cento della popolazione della regione entro il 2025. Un secolo prima invece, i cristiani rappresentavano il 13,6 per cento della popolazione del Medio Oriente..
La maggior parte degli studi sull'argomento hanno citato l'emigrazione come causa principale del forte crollo della presenza cristiana nel Medio Oriente, mentre alcune notizie citano altri fattori che hanno spinto molti cristiani mediorientali a cercare nuove vite all'estero. Molte delle più importanti indagini del fenomeno hanno accusato i conflitti sciiti-sunniti e il terrorismo a spingere i cristiani e le altre minoranze religiose a partire. Ma hanno anche trascurato di menzionare il ruolo degli interventi stranieri e degli sforzi per cambi di regime condotti dagli Stati Uniti per creare queste crisi. Mentre la maggior parte dei politici "cristiani" negli Stati Uniti sono attenti a non evidenziare questo fatto, i cristiani del Medio Oriente sono molto consapevoli che gli interventi stranieri da parte dei governi occidentali hanno reso quasi impossibile per loro continuare a vivere in Medio Oriente.
Marwa Osman, docente presso l'Università Internazionale del Libano e commentatore politico, lo ha sostenuto con forza in un'intervista con MintPress News: "Le lotte "morali "dei cristiani in Occidente riguardano principalmente l'aborto, il controllo delle nascite, il gender e il matrimonio omosessuale, dove queste convinzioni raramente sono causa della persecuzione politica e fisica (questo era vero fino a qualche tempo fa, ma ora anche qui la questione sta diventando più difficile - ndt). Quando i gruppi etnici o religiosi sono sottoposti a violenze organizzate e persecuzioni a motivo di quello che sono e della loro fede, la loro situazione dovrebbe essere affrontata con urgenza, perché è così che avviene il genocidio, ma proprio questo è ciò che l'Occidente non sta facendo. Anzi, l'Occidente continua a investire in più guerre che portano inevitabilmente ad un esodo cristiano dal Medio Oriente".
L'inizio del cristianesimo è avvenuto in Medio Oriente
Il Medio Oriente è molto più che semplicemente la patria del cristianesimo. E' anche la regione in cui la religione ha attecchito per prima e dove nacque la prima comunità che trasformò gli insegnamenti di Gesù Cristo in una delle fedi principali del mondo. Tutta la regione è costellata di comunità cristiane antiche di mille, o in qualche caso, di duemila anni, alcune delle quali fondate dai primi Padri della chiesa e, in alcuni casi, da discepoli di Gesù Cristo stesso.
Per esempio, la tradizione afferma che il cristianesimo è stato portato in Iraq da San Tommaso e da suo cugino Addai nel primo secolo d.C., diventando poi una roccaforte per un mosaico di gruppi cristiani, compresi gli gnostici. Si crede inoltre che San Pietro e San Paolo portarono il cristianesimo in Siria, dove - ad Antiochia - il termine "cristiani" fu usato per la prima volta per indicare i seguaci di Gesù.
Nei primi secoli dell'ultimo millennio, era nel Medio Oriente che dominava la leadership cristiana e la comunità dei seguaci di Gesù. Quando la chiesa cattolica fu ufficialmente costituita al Concilio di Nicea, in Medio Oriente c'erano più vescovi che in Europa occidentale.
Mentre l'ascesa dell'Islam avrebbe presto modificato drasticamente il paesaggio religioso della regione, il cristianesimo vi ha mantenuto un ruolo importante da allora e nei secoli successivi, specialmente nei paesi in cui ha mantenuto un notevole rilievo, come in Egitto e nel Libano. Anche nelle nazioni con maggioranze musulmane, i cristiani si sono rivelati una minoranza economicamente importante, con conseguenti implicazioni politiche.
Ma i cristiani arabi del Medio Oriente non hanno mai avuto vita facile. Per molti degli ultimi 2000 anni i cristiani della regione sono stati perseguitati da più parti, tra cui l'impero ottomano del XIX° e il XX° secolo, la cui campagna brutale contro i cristiani arabi è costata la vita di oltre 2milioni di persone. Avendo sofferto così tanto, la resilienza e la resistenza dei cristiani del Medio Oriente è diventata leggendaria. Ma furono i musulmani in Siria, in Iran, nel Libano e in Palestina che fornirono rifugio ai cristiani perseguitati dagli ottomani mentre questi stabilivano e ampliavano il loro impero. A causa di questa storia travagliata, la presenza di cristiani arabi in tutta la regione è stata un fattore della proliferazione della laicità araba nei paesi selezionati, vale a dire la Siria, Iraq pre-invasione, Iran e Libano. Dopo tanti secoli in cui sono stati nel mirino e perseguitati, i cristiani del Medio Oriente sono ancora tra i più appassionati sostenitori della laicità del potere, nella regione.
Abdo Haddad, uno scrittore cristiano siriano che ora vive in Europa, ha dato questa spiegazione in un'intervista con MintPress News: "siccome i cristiani dell'Oriente hanno sviluppato un senso politico di sopravvivenza nel corso degli anni, la loro prima scelta è stata quella di assicurare e sostenere uno Stato forte gestito dalle leggi e, preferibilmente, con un'amministrazione laica ".
Ma se i cristiani continuano ad abbandonare il Medio Oriente in gran numero, la laicità stessa potrebbe diventare una reliquia della ricca storia della regione. Come Todd Johnson ha detto al Wall Street Journal, "La scomparsa di tali minoranze lascia campo libero ai gruppi più radicali che dominano nella società. Le minoranze religiose, almeno, hanno un effetto moderatore ". Haddad ha aggiunto che la più grande minaccia è ancora più grave. "Il pericolo reale sta nel fatto che il mondo cristiano perde gli ultimi dei primi cristiani, le ultime guardie, le ultime anime antiche della terra. Se uccidere una comunità così unica e profonda e la civilizzazione che ne è seguita, avviene così facilmente come sembra, immaginate cosa sarebbe accaduto nelle vostre nazioni una volta che voi osaste annunciare la vostra fede o la vostra origine ... ..
Cristianesimo e cambiamento di regime in Iraq, Siria e Iran
È interessante notare che i paesi che hanno protetto le minoranze religiose in nome di una laicità araba sono quelli che si sono trovati a essere gli obiettivi di progetto di cambio di regime condotti dagli Stati Uniti nel corso degli anni. La Siria è il primo esempio, essendo un obiettivo degli Stati Uniti già dagli anni '80. La più recente aggressione si è manifestata in una guerra massiccia in cui i ribelli "estremisti" stranieri hanno cercato di deporre il presidente siriano Bashar al-Assad dal 2011. I cristiani della Siria, protetti dall'impegno verso la laicità del governo siriano, hanno sostanzialmente sostenuto Assad durante tutta la vicenda.
Il presidente siriano Bashar al-Assad, a destra, visita una chiesa danneggiata dai miliziani jihadisti, durante una visita al villaggio cristiano di Maaloula, vicino a Damasco, in Siria. 20 aprile 2014.
Come ha osservato Haddad, quelli che hanno familiarità con la crisi siriana sono ben consapevoli del fatto che i cristiani siriani sostengono con convinzione il governo siriano nella lotta contro le milizie estremiste. "Alla gente siriana, inclusi i cristiani, piace il presidente e vedono in lui speranza per il futuro. Questo non significa che i cristiani non vogliono riforme e cambiamenti, ma le vogliono in modo civile, graduale e progressivo (a differenza di quanto accaduto in Libia)". Osman ha affermato che i cristiani siriani sostengono il governo anche perché le regioni controllate dal governo sono le uniche regioni della Siria in cui i suoi 2,5 milioni di cristiani sono sicuri e trattati come uguali a fianco dei musulmani della nazione. "La caduta del regime sarebbe stata seguita immediatamente da massacri, da nuove ondate di profughi che si sarebbero diretti verso ovest e dall'imposizione di una dittatura islamica. Se questi territori fossero caduti in mano ai jihadisti di al-Nusra affiliato di al-Qaeda piuttosto che all'ormai quasi scomparso ISIS, per i cristiani la differenza sarebbe stata irrilevante perché sarebbero stati assassinati, esiliati o schiavizzati ".
L'alternativa ad Assad offre ben poco ai cristiani della Siria, poiché le forze armate dell'opposizione sono fortemente legate al wahhabismo e all'estremismo islamico, avendo spesso sollecitato l'istituzione di uno stato Islamico che aderisca all'ideologia colonialista finanziata da nazioni occidentali come il Regno Unito e gli Stati Uniti . Ciò finirebbe per metter fine all'impegno storico della Nazione a favore della laicità e metterebbe in pericolo i numerosi gruppi di minoranze religiose che da tempo convivono Siria. Ad esempio, il Fronte al-Nusra, gruppo jihadista con legami con al-Qaeda, ha ripetutamente preso di mira i cristiani in Siria. Al-Nusra è stato recentemente tolto dalla lista nera dei terroristi sia negli Stati Uniti che in Canada dopo aver semplicemente cambiato il proprio nome.
Anche i "ribelli" direttamente armati dagli Stati Uniti, come l'esercito siriano libero (ESL o FSA), hanno massacrato i villaggi di cristiani per tutto il corso della guerra. Nel 2013, l'esercito siriano libero ha bombardato il villaggio di al-Duvair, a maggioranza cristiana, vicino al confine libanese, massacrando tutti i suoi residenti civili, tra cui donne e bambini. Come ha detto Osman a MintPress: "In Siria il governo degli Stati Uniti rimane impegnato a sostenere i "ribelli ", anche se tra queste milizie i "moderati" non esistono: tutte le forze significative sul campo sono fondamentalisti Wahhabiti che perseguitano i cristiani".
L'Iraq è un altro esempio di come il cambiamento di regime operato da USA e Inghilterra abbia influenzato l'esodo dei cristiani provenienti dal Medio Oriente. L'invasione ha fatto sfollare milioni di iracheni, molti dei quali non sono ancora ritornati a casa ed ha cancellato molte delle capacità irachene di procurarsi di che vivere, annientando l'industria agricola, un tempo considerevole risorsa della nazione. Durante e dopo l'invasione, i cristiani sono stati considerati vicini al regime di Saddam Hussein, dato che il suo ultimo ministro degli Esteri, Tariq Aziz, era un cristiano caldeo. La comunità cristiana caldea, che era di circa 1,4 milioni di fedeli, prima dell'invasione del 2003 era molto ben considerata sotto Saddam Hussein. Dopo la sua eliminazione e il caos di quel periodo, la popolazione cristiana irachena è diminuita a meno di 300.000 unità.
Dahlia Wasfi, un'attivista iracheno-americana, ha detto a MintPress News che il regime iracheno, sostenuto dagli USA dopo l'invasione, ha svolto un ruolo fondamentale anche nell'avvio dell'esodo cristiano. Wasfi afferma che "la più grande minaccia, specialmente per le famiglie cristiane (così come per le sunnite) era il governo conservatore sciita portato al potere in Iraq dal governo USA nel 2005 (le elezioni erano gestite dagli occupanti). Negli anni successivi, squadroni della morte sostenuti dal governo, terrorizzavano la popolazione, costringendo molte famiglie cristiane e sunnite ad andarsene". Gli assalti recenti contro le città irachene di Fallujah, Ramadi e la cosiddetta "liberazione"di Mosul in corso, - ha affermato Wasfi - sono una continuazione degli sforzi del governo Sciita conservatore per cambiare la demografia sul terreno e consolidare il proprio dominio". È interessante notare che molte delle squadre della morte, riferisce Wasfi, sono state addestrate direttamente dagli Stati Uniti, suggerendo che l'esercito statunitense ha avuto un ruolo fondamentale nel prendere di mira i cristiani all'interno dell'Iraq.
Oltre agli esempi chiari della Siria e dell'Iraq, l'Iran - dove le comunità cristiane sono fiorenti - è l'ultimo paese obbiettivo dei neoconservatori occidentali, come dimostra la retorica del presidente Donald Trump durante il suo primo viaggio estero.
Mentre l'Iran è stato da tempo dipinto dai media USA, come discriminatorio nei confronti dei cristiani, le sue comunità cristiane caldee e armene sono protette dalla costituzione iraniana e dalla rappresentanza politica garantita loro in parlamento. Anche gli ebrei e gli zoroastriani sono protetti allo stesso modo. Tuttavia, i cristiani evangelici in Iran sono stati perseguitati, in particolare per l'accusa di proselitismo nei confronti dei musulmani e verso membri di altre religioni non cristiane. La popolazione cristiana totale in Iran è difficile da valutare accuratamente, con alcuni gruppi che affermano esservene 450.000, mentre altri sostengono che ce ne sono ben 1 milione.
Mentre la laicità non è al momento il fattore guida per il 'cambiamento di regime' condotto dagli Usa in Medio Oriente, l'obbiettivo dell'Occidente contro le nazioni laiche mediorientali che proteggono i cristiani è un fattore innegabile per far comprendere l'esodo dei cristiani dalla regione.
La persecuzione dei cristiani dilaga in Arabia Saudita e Israele
In ogni caso, altre nazioni del Medio Oriente - soprattutto quelle sostenute dall'Occidente - sono ben note per la loro persecuzione delle minoranze religiose. In nessun posto è più vero che nel Regno dell'Arabia Saudita e nello stato di apartheid in Israele.
In Arabia Saudita, il governo condanna apertamente chiunque non sia conforme alla setta Wahhabita dell'Islam abbracciata dalla Casa Saud ed è il prodotto del colonialismo britannico volto a rovesciare l'impero ottomano. Il Wahhabismo è un concetto religioso e politico puritano che si rivolge non solo a fedi diverse dall'Islam ma anche ad altri musulmani. Come Human Rights Watch ha osservato nella sua relazione mondiale per il 2013: "L'Arabia Saudita non tollera il culto pubblico da parte di religioni diverse dall'Islam e discrimina sistematicamente le sue minoranze religiose musulmane, in particolare Sciiti e Ismaeliti. Il capo mufti in marzo ha imposto la distruzione di tutte le chiese della penisola araba ". Nel 2014, il governo saudita ha imprigionato 28 cristiani a motivo di una celebrazione religiosa in una casa privata nella città di Khafji. Il luogo della loro detenzione rimane ancora sconosciuto. All'epoca, Nina Shea, direttrice del Centro per la libertà religiosa dell'Hudson Institute di Washington, ha detto a Fox News: "L'Arabia Saudita continua la pulizia religiosa che è sempre stata la sua politica ufficiale".
Ma peggio del trattamento saudita delle minoranze religiose all'interno delle proprie frontiere è la loro esportazione all'estero della loro intollerante ideologia wahhabita. Molti gruppi terroristici estremisti - tra cui Daesh (ISIS) e al-Qaeda - sono seguaci del wahhabismo ed entrambi sono i beneficiari principali dei finanziamenti sauditi, ai quali (alla data in cui scriviamo ndt) né il governo saudita né quelli dei suoi alleati in Occidente hanno cercato di porre fine. L'Arabia Saudita è il più grande esportatore e finanziatore al mondo del terrorismo radicale Wahhabita. Questi gruppi, come è stato dimostrato dalle loro azioni in Iraq, in Siria e altrove, tendono a puntare contro le minoranze religiose, in particolare i cristiani.
Un altro alleato principale dell'Occidente in Medio Oriente, noto per la discriminazione dei Cristiani, è Israele, meglio conosciuto per la sua persecuzione dei palestinesi, sia musulmani che cristiani, che mira ai non ebrei a causa di un sistema di apartheid di tipo etnico-religioso. Come Wasfi ha spiegato a MintPress, "l'occupazione militare tramite un sistema di colonizzazione adottato dallo Stato Israele, sostenuta dai governi occidentali" è stato un fattore importante dell'esodo dei cristiani dal Medio Oriente. Il governo di Israele ha una lunga storia di dissacrazione delle chiese e persecuzione dei Cristiani Palestinesi storici. Ad esempio, dopo la cattura di Jaffa da parte delle forze ebraiche sioniste-europee nel maggio 1948, il sacerdote cattolico palestinese padre Deleque, ha riferito: "I soldati ebrei hanno rotto le porte della mia chiesa e hanno rubato molti oggetti preziosi e sacri. Poi hanno gettato le statue di Cristo in un giardino vicino ". Ha aggiunto che, mentre i leader ebrei avevano rassicurato che gli edifici religiosi sarebbero stati rispettati, "le loro azioni non hanno corrisposto alle loro parole ". Nello stesso anno, l'Unione Cristiana della Palestina si lamentava pubblicamente che le forze ebraiche sioniste-britanniche avevano usato diverse chiese cristiane e istituzioni umanitarie a Gerusalemme come basi militari e le hanno dissacrate. Aggiunse poi che tre sacerdoti e più di 100 donne e bambini furono uccisi dai bombardamenti indiscriminati sui loro luoghi di culto dalle forze sioniste-ebraiche europee. La discriminazione di Israele contro i cristiani palestinesi è proseguita fino ad ora. Per esempio, nel 1982, la Chiesa Battista di Gerusalemme fu incendiata e distrutta. Nessuno è mai stato incolpato. Quando i Battisti cercarono di ricostruire la chiesa, gruppi di ebrei dimostrarono contro il progetto e la commissione di pianificazione distrettuale rifiutò di concedere il permesso di ricostruzione. Tre anni dopo, la Corte Suprema israeliana comunicò ai Battisti di lasciare “tutta l'area ebraica". Tali atti continuano tutt'oggi. Il pastore Steven Khoury, cristiano arabo-israeliano, ha dichiarato: "Non c'è persecuzione in Terra Santa ... a meno che non condividi la loro fede", in un'intervista alla Voce dei Martiri, un'associazione cristiana non-profit che mette in evidenza la persecuzione dei cristiani in tutto il mondo. Khoury ha detto di aver assistito in molte occasioni ad attacchi verso membri della chiesa a causa della loro fede.
Guarda '60 minuti di indagine sulla persecuzione in Israele dei cristiani in Palestina': 
I cristiani palestinesi, a causa della loro etnia, sono stati i più colpiti da parte dello Stato israeliano, fuggendo dalla loro patria insieme a migliaia di connazionali non cristiani. Quando le milizie sioniste invasero la Palestina per creare lo stato di Israele nel 1948, i cristiani palestinesi erano circa 200.000. Nel 1995, i cristiani palestinesi che vivevano nella regione erano solo 50.000. Ora, dei circa 400.000 palestinesi cristiani, la maggior parte vive all'estero, soprattutto nelle Americhe.
Il piano Sionista per la superiorità israeliana esclude i Cristiani
Allora, perché l'Occidente ha colpito soprattutto nazioni laiche, sostenendo per contro simultaneamente i Paesi e gruppi estremisti che perseguitano le minoranze religiose, in particolare i cristiani? Mentre l'attacco al laicismo nel mondo arabo potrebbe essere una conseguenza del neocolonialismo occidentale nella regione, i piani a lungo termine per il dominio regionale di Israele - un obiettivo fortemente sostenuto dall'Occidente, in particolare dagli Stati Uniti - mette in luce le potenziali ragioni della riluttanza dell'Occidente a rispettare la diversità religiosa in Medio Oriente.
Il piano Yinon, come è noto, è una strategia intesa a garantire la superiorità regionale di Israele in Medio Oriente, e questo implica soprattutto la riconfigurazione dell'intero mondo arabo in stati settari più piccoli e deboli.
Come ha rilevato Mahdi Darius Nazemroaya in un articolo del 2011 per Global Research: "Gli strateghi israeliani hanno visto l'Iraq come la loro più grande sfida strategica da uno Stato arabo. Ecco perché l'Iraq è stato definito come il punto centrale della balcanizzazione del Medio Oriente e del mondo arabo. In Iraq, sulla base delle visioni del piano Yinon, gli strateghi israeliani hanno chiesto la suddivisione dell'Iraq in uno stato kurdo e due stati arabi, uno per i musulmani sciiti e l'altro per i musulmani sunniti ".
Questo piano è stato ampiamente sostenuto da numerosi politici americani - in particolare dall'ex vicepresidente Joe Biden, che ha spinto per una risoluzione non vincolante attraverso il Senato che ha richiesto di dividere l'Iraq negli stessi Stati previsti dal piano Yinon.
Tuttavia, il piano di divisione dell'Iraq non comprendeva alcun territorio per i cristiani iracheni o per le altre minoranze religiose.
Il piano Yinon prevede non solo la divisione dell'Iraq. Siria, Giordania, Libano, Arabia Saudita e Egitto che dovrebbero essere tutte partizionate, secondo il piano, con parti di alcuni di questi Paesi successivamente assorbite nel "Grande Israele". Ciò può già essere visto nel gioco del conflitto siriano, dove il coinvolgimento di Israele nella guerra in gran parte ruota intorno al suo desiderio di rivendicare le alture occupate del Golan come proprie.
Una suora guarda la Chiesa della Moltiplicazione pesantemente danneggiata dopo un incendio scoppiato durante la notte vicino al mare di Galilea a Tabgha, in Israele, giovedì 18 giugno 2015. Un passo di una preghiera ebraica, che chiede l'eliminazione dell'adorazione degli idoli, fu trovata spruzzata in vernice spray su un muro esterno della chiesa cattolica.
Pertanto, potrebbe benissimo essere l'impegno dell'Occidente verso il Piano Yinon che ha contribuito a modellare la sua politica di finta ignoranza riguardante la situazione dei cristiani della regione. L'impegno dei cristiani mediorientali e la loro forte preferenza per la laicità dello Stato non ha spazio in un Medio Oriente neocoloniale che si costruisce in stati settari destinati a essere tenuti in guerra costante tra loro. Il desiderio di Israele di dominare la regione - un obiettivo sostenuto dai suoi alleati occidentali - può detenere gran parte della responsabilità per il continuo esodo dei cristiani del Medio Oriente.
Ma in definitiva, il continuo esodo dei cristiani è indicativo di una crisi più grande che la regione deve affrontare, come anni di conflitto e guerre odierne che hanno pesato sulle popolazioni e sulla zona. 
Wasfi ha indicato l'aggressione militare degli USA come il principale colpevole di questa crisi crescente. "Nel quadro più grande, l'immane perdita di vite e la devastazione di ciò che storicamente è conosciuto come la "Mezzaluna Fertile" dall'invasione, occupazione e guerra continua occidentale, è la grande tragedia. [...] Prima terminerà l'aggressione militare statunitense nella regione, prima si potrà cominciare la guarigione ".
    traduzione Gb.P. per Ops

venerdì 21 luglio 2017

Libano: offensiva contro i terroristi, dramma dei profughi siriani

 AsiaNews – 20 luglio 2017
 Un territorio di 350 chilometri quadrati, dei quali 250 in Libano e 100 in Siria è il nuovo teatro dello lotta per lo sradicamento del terrorismo islamico di Al Nusra in Medio-Oriente. Per l’esercito libanese è “finalmente giunta l’ora di chiudere il fascicolo dei disordini a Jerud Arsal” nell’estrema Bekaa, nel nord-est del Libano al confine con la Siria.
L’avanzata dei terroristi islamici che intendevano creare una continuità  territoriale di Daesh e Al Nusra da Aleppo, Idleb lungo il nord del Libano fino ad arrivare a Tripoli sul Mediterraneo è fallita, grazie alla resistenza della popolazione, dell’esercito libanese e di Hezbollah. Alcune forze finanziate da Paesi esteri hanno sempre voluto presentare l’invasione di Daesh e Al Nusra con Hezbollah come una guerra interconfessionale. Ma i crimini commessi dai terroristi islamici, fra l’altro lo sgozzamento e il rapimento di soldati di varie confessioni religiose ha subito svelato il loro vero volto.
Ieri l’esercito libanese ha fatto ingresso nei campi profughi siriani con l’intenzione di salvare i civili dagli scontri attesi per i prossimi giorni. La vicenda ha dato luogo a una campagna diffamatoria contro i siriani in generale con forti connotazioni razziali e la chiara intensione di far scoppiare scontri fra libanesi e siriani presenti nel Paese dei cedri (ormai quasi 2 milioni di profughi siriani in Libano su una popolazione di 3 milioni e mezzo di libanesi).
Per disinnescare la mina il presidente della Repubblica Michel Aoun è intervenuto ieri pubblicamente per definire “inaccettabile” la demonizzazione dei siriani come tali, fermando il crescendo delle dichiarazioni anti-siriane e ripuntando la bussola sul vero problema, ossia sulla presenza dei fondamentalisti islamici che da anni trafficano attraverso il confine con la Siria, tentando allo stesso tempo di invadere il nord del Libano e creare un principato di Daesh nella seconda citta libanese, Tripoli e accerchiando cosi la regione alauita con capoluogo Latakia.
http://www.asianews.it/notizie-it/Ore-contate-per-Al-Nusra-di-Arsal-e-Kalamun:-%E2%80%9CArrendersi-o-morire%E2%80%9D-41339.html

Libano, il dramma dei profughi siriani


Terrasanta. net  20 luglio 2017
di Fulvio Scaglione
Con 6 milioni e 200 mila abitanti e un milione e mezzo di rifugiati dalla Siria, il Paese dei cedri non ce la fa più. Il peso dei profughi crea una miscela esplosiva. Lo dicono le cronache degli ultimi giorni.
Era evidente che la situazione del Libano fosse potenzialmente esplosiva. Un Paese con 6 milioni e 200 mila abitanti e un milione e mezzo di rifugiati dalla Siria poteva tirare avanti solo grazie a uno di quei prodigi che ne costellano la storia, dai tempi dei fenici ai giorni nostri. Da anni si tirava avanti a prezzo di due sacrifici complementari: quello della popolazione locale, che aveva comunque accolto i nuovi arrivati; e quello dei rifugiati stessi che, nella speranza di un rapido ritorno a casa, si erano adattati a vivere nei campi sapendosi ben poco amati.   
Adesso il prodigio pare proprio esaurito. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la morte di quattro siriani, tutti uomini, arrestati dall’esercito libanese durante un raid nei campi profughi dell’area di Arsal, una cittadina nei pressi del confine con la Siria che nel 2014 era stata occupata per pochi giorni dai miliziani dell’Isis. I militari andavano a caccia di terroristi, sono stati accolti da un lancio di granate e da alcuni kamikaze che, secondo le fonti non ufficiali hanno lasciato sul terreno dodici morti. A quel punto quattro giovani sono stati arrestati e sono rispuntati solo qualche giorno dopo: morti. Secondo i portavoce dell’esercito, per causa naturali. Secondo le organizzazioni umanitarie, corroborate da impressionanti fotografie diffuse da alcune testate, perché picchiati e torturati.   L’episodio, già atroce in sé, ha fatto saltare il coperchio a una situazione più che precaria. Su Facebook alcuni attivisti dei campi hanno creato una pagina per promuovere una manifestazione di protesta a Beirut. Subito dopo, una manifestazione uguale e contraria è stata convocata, a sostegno dell’esercito, da cittadini libanesi. La prospettiva di uno scontro di piazza era diventata concreta, così il governo ha proibito ogni manifestazione.   
 È ovvio, però, che si tratta di un cerotto. Dal punto di vista dei libanesi, la presenza dei profughi siriani è un dramma. Dall’inizio della guerra civile siriana il loro Paese ha subito decine di irruzioni e attentati da parte dello Stato islamico e di formazioni analoghe che, con ogni evidenza, hanno nei campi profughi informatori e complici. La Banca Mondiale, inoltre, ha calcolato che oltre 200 mila libanesi sono stati spinti nella povertà a causa dell’arrivo dei siriani che, per necessità, accettano anche lavori sottopagati. Sui libanesi, inoltre, agisce anche il ricordo dell’arrivo dei palestinesi. Accoglierli doveva essere una misura temporanea, invece oltre 500 mila di loro sono ancora in Libano. E proprio la presenza dei palestinesi, e le divisioni intorno alla loro causa, fu una delle scintille che accesero la lunga (1975-1990) e terribile guerra civile che quasi distrusse il Paese.    Anche per i siriani, ovviamente, dover vivere sotto le tende in Libano, mal sopportati e duramente controllati, è drammatico. E lo dimostra il fatto che dopo il raid dell’esercito libanese ad Arsal, quasi 500 di loro hanno riattraversato il confine e sono tornati in Siria, preferendo la patria in guerra a un’accoglienza che sa di prigionia. Sempre più si capisce, comunque, che anche i profughi possono essere usati come un’arma. E la destabilizzazione del Libano, da sempre, è un obiettivo che fa gola a molti.

martedì 18 luglio 2017

Siria, sei anni di guerra... (2°parte)

Seconda parte dell'intervento dell' Ambasciatore Michel Raimbaud alla Conferenza organizzata da «  Chrétiens d’Orient pour la paix »  
Traduzione dal francese di Gb.P. per OraproSiria

2/ La Siria vive in un'atmosfera di dopoguerra
Sul fronte delle operazioni militari: dopo la liberazione di Aleppo che è stata punto di riferimento e ha segnato gli spiriti nel mese di dicembre 2016, l'esercito siriano è ovunque all'offensiva sui fronti di Damasco, di Aleppo, a Homs, sul confine con la Giordania, nel deserto siriano. Nonostante le intimidazioni degli Stati Uniti, riconquista poco a poco il territorio nazionale. Anche se la guerra rischia di essere ancora lunga, l'evoluzione favorevole della "Battaglia del deserto" in corso, lascia presagire un'accelerazione dei progressi.
Ignorando le ingiunzioni e le minacce americane, l'esercito siriano ha fatto il suo congiungimento con le forze irachene di "Hachd Chaabi" al confine tra i due paesi, exploit che sembrava improbabile fino a pochi mesi fa. Questa ridefinizione dei confini Sykes-Picot tra Siria e Iraq è un fatto importantissimo, poiché significa la sconfitta ab initio dell' intesa ordita da Tel Aviv e presentata a Trump prima dei suoi viaggi in Arabia e in Israele , che proponeva una nuova base di cooperazione con gli Stati Uniti. Questo piano (defunto) ripreso tale e quale nei vertici di Riyad, prevedeva :
-Il riconoscimento da parte di Washington della sovranità di Israele sul Golan
-Il rifiuto di ogni presenza militare permanente dell'Iran in Syria
- l'inasprimento delle sanzioni contro Teheran a causa del suo "sostegno al terrorismo"
-L'aumento della pressione su Hezbollah
- Un impegno per impedire la creazione di un corridoio Iran - Iraq - Siria - Libano che possa dare all'Iran uno sbocco sul Mediterraneo.
Le molteplici provocazioni (un aereo, poi un drone siriano abbattuto dagli americani, bombardamenti qua e là, attacchi occasionali contro l'esercito siriano..) non cambieranno nulla, tanto che esse appaiono contro-producenti. Lungi dall'intimidire, questa lotta di retroguardia guidata da una potenza in declino (e quindi pericolosa) ha causato un irrigidimento di Mosca per quanto riguarda le condizioni future per la cooperazione tecnico-militare tra i russi e gli americani contro il terrorismo. Ed ha ispirato agli iraniani una grande "première" sotto forma di un missile sparato su Da'esh in Siria dal loro territorio.
Si potrebbe dire lo stesso delle "Forze Democratiche Siriane", che siano curde, o arabe e turkmene, che potrebbero fare un calcolo sbagliato cercando la creazione di un Kurdistan "introvabile" in Siria.
Sul piano politico-mediatico, la Siria sembra aver vinto. Le agenzie di propaganda e coloro che danno lezioni di morale hanno preteso e ancora rivendicano con l'aplomb dei truffatori, che un popolo unanime si erga in piedi contro il "dittatore" o il "tiranno assassino". Dal 2011, tuttavia, non è difficile da vedere, malgrado l'omertà, che la narrazione ufficiale semina ai quattro venti girandole di "false flag" (false bandiere) arma favorita dai terroristi democratici, dei cannibali moderati, dei rivoluzionari del circuito Elizabeth Arden e dei reverendi predicatori dell'Asse del Bene.
Le popolazioni votano sempre con i propri piedi quando ne hanno la possibilità, e questo tipo di scrutinio non necessita di un lungo spoglio. A poco a poco, mentre l'esercito riconquista il proprio territorio nazionale, coloro che ne hanno l'opportunità fuggono dalle zone ribelli e accolgono l'esercito siriano come liberatore.
Per anni era di moda in Francia, nella Navarra e altrove, ripetere come pappagalli che "Bashar se ne deve andare", che "Bashar non ha posto nel futuro della Siria": adesso, non si contano i pappagalli arroganti che sono scomparsi e che non hanno più alcun ruolo da svolgere nel futuro del proprio paese, mentre il loro capro espiatorio è sempre lì. E' che questo presidente, questo capro espiatorio è rimasto per molti, ed è diventato per molti altri, il simbolo della resistenza dello Stato e dell'attaccamento del popolo siriano al proprio modello di società tollerante.
3/ Diplomaticamente gli avvenimenti si stanno rimescolando
La solidità dell'alleanza tra la Siria e i suoi alleati (Hezbollah, Iran, Iraq, Russia, Cina) contrasta con lo sfaldamento della coalizione avversaria:
- Lo sfaldamento del blocco islamista (tra Arabia e la Turchia, tra Arabia e Qatar, la spaccatura all'interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo) è così evidente che parla da sé.
- Il ritiro graduale di Trump nel faccia a faccia con l'Arabia Saudita di Bin Salman e la sua preoccupazione di far pagare a caro prezzo a Riyadh (già centinaia di miliardi di dollari) il mantenimento di una finzione di alleanza per la vita o per la morte è abbastanza trasparente. Bisogna essere inesperti e approssimativi come Mohammed Bin Salman per non vedere che il contratto sicurezza in cambio di petrolio ha dato luogo ad un accordo armi contro dollaro. Allo stesso modo, le sue decisioni ambigue riguardo al Qatar, il suo comportamento ambiguo con i Curdi e la Turchia, non sono decisioni troppo rassicuranti per i diretti interessati. Possiamo usare a questo proposito le parole di qualche umorista : "è pericoloso avere gli Stati Uniti come nemici, ma è ancora due volte più pericoloso averli per amici”.
- La disaffezione tra l'Europa e gli Stati Uniti, evidenziata dal vertice NATO, ha già introdotto una forma di divisione atlantica, sulle stesse basi: "gli Europei vogliono la sicurezza a nostre spese; che ne paghino quindi il giusto prezzo".
- L'intervista accordata dal nuovo Presidente della Repubblica Macron a diversi giornali europei, e dedicata alla sua visione della futura politica della Francia, è stata descritta da molti come una inversione di 180 ° nel caso della Russia, della Siria e riguardo al presidente Bachar al Assad:
- Per Emmanuel Macron, la partenza di Bachar al Assad non sarebbe più un'ossessione. Non c'è un "successore legittimo " di Bachar al Assad. Il capo di stato siriano non è il nemico della Francia.
- L'unico nemico della Francia in Siria è Da'ech (ISIS): Abbiamo bisogno di una soluzione politica, con una tabella di marcia.
- Il Signor Macron ha rispetto per Vladimir Poutin e cerca di avviare una cooperazione con Mosca anche riguardo alla Siria.
- Il Presidente dice che vuole voltare pagina su un decennio di "logica neo-conservatrice" ...
III / Siria è ora a un bivio
1 / "La Siria Invicta" è il titolo di un sub-capitolo di "Tempesta sul Grande Medio Oriente", il mio libro di cui ho accennato sopra. Partecipando nel febbraio scorso a una conferenza a Damasco, avevo ipotizzato che se "la Siria vittoriosa" (questo era lo slogan scelto dagli organizzatori) non aveva ancora vinto, lo avrebbe fatto comunque. Essendo una mia ferma convinzione sin dall'inizio della crisi, sarebbe sbagliato che ci ripensassi, mentre si verificano cambiamenti radicali, in primo luogo militari e poi politici e diplomatici, dall'altro. I segnali ci sono tutti a indicare che la vittoria politica della Siria legale sembra acquisita. Questa prospettiva dovrebbe viaggiare di pari passo con la conferma del Presidente Assad al suo posto e con un "addio alle rivoluzioni arabe", la cui fiamma (si può esserne sicuri) sarà mantenuta ancora per un certo tempo nelle cancellerie occidentali e nei palazzi orientali.
Imbattuta, la Siria è tuttavia devastata. Lei sola conta circa 400.000 morti, senz'altro 15 milioni di rifugiati, sfollati ed esiliati, e 1,5 milioni di feriti con lesioni permanenti e altre gravi disabilità. Quasi due terzi del Paese sono in rovina, con danni stimati intorno a circa 1.300 miliardi di dollari, senza contare i perduranti effetti delle sanzioni, blocchi ed embarghi vari ...
Una questione s'impone: bisogna fermare la guerra? Secondo il parere di esperti russi, ben addentro alla discussione tenendo conto del coinvolgimento del loro Paese nel conflitto siriano, non esiste una soluzione militare alla crisi. Si dovrebbe garantire una soluzione politica attraverso il dialogo con i rappresentanti dell'opposizione, almeno con i più presentabili di loro. Secondo la direttrice delle ricerche del Centro Studi arabo islamico presso l'Accademia Russa delle Scienze, una de-escalation probabilmente consentirebbe il dispiegamento di forze di pace. Secondo Alexander Aksenyonok, membro del Consiglio russo per le Relazioni Estere, l'impegno "necessario" della Russia nelle questioni mediorientali ha avuto risultati positivi nel prevenire l'arrivo al potere a Damasco delle forze radicali. Ma ci potrebbero essere conseguenze negative, come ad esempio il rischio di una competizione militare tra Russia e Stati Uniti: da qui la necessità di mantenere aperti i canali diplomatici e di accettare anche grandi compromessi, come sedersi al tavolo con alcune organizzazioni che lì non sono veramente al loro posto. (Valdai Club, 27 e 28 febbraio 2017 a Mosca).
Questa opzione diplomatica è discutibile e viene discussa, date le esperienze della guerra in Siria. È vero, la guerra non può porre fine alla guerra e solo la diplomazia potrà far terminare la tragedia. Tuttavia, è chiaro che lo Stato siriano deve poter negoziare in posizione di relativa forza: l'evoluzione attualmente osservata non è il risultato di buone intenzioni, ma il risultato della aumentata potenza dell'opzione militare contro le provocazioni .
Il Medio Oriente non sarà mai più lo stesso. E così sarà per la Siria. Prima ancora del dopo guerra, la fine della guerra rischia di essere lontana. Pertanto è tempo di pensare:
- Al perseguimento del difficile dialogo politico che verrà avviato in occasione dei colloqui di Ginevra o di Astana. Con ogni probabilità, non sarà facile per coloro che hanno difeso il loro paese contro l'aggressione accettare le condizioni per discutere "diplomaticamente" con interlocutori che hanno voluto e cercato costantemente l'intervento straniero al fine di distruggere la Siria.
- All'immensa opera della ricostruzione del paese, delle sue infrastrutture, della sua economia, che sono state regredite di diversi decenni per il caos. La scelta dei partner si annuncia delicata.
- Alla riconciliazione della sua società (seriamente scossa nei suoi valori o nelle sue fondamenta), al proseguimento del lavoro discreto ma impressionante guidato dal governo, in particolare il ministero della riconciliazione nazionale. Esperienze come quelle dell'Algeria, serviranno come ispirazione.
- Al riapprendere come vivere insieme di tutte le forze vive, con particolare attenzione per i giovani che sono cresciuti durante la guerra, e che costituiscono sia il futuro della Siria ma anche un bacino di reclutamento per i gruppi terroristici.
- All'incentivo per il ritorno e il reinsediamento di milioni di sfollati, rifugiati, esuli: una questione chiave per il futuro del Paese.
Ma, questa sarà la mia conclusione, sul piano politico e diplomatico, la Francia, all'origine di tante decisioni ostili e devastanti contro la Siria (sanzioni, supporto alla ribellione armata, rottura delle relazioni diplomatiche, sostegno ai regimi islamisti e agli "amici della Siria") e che ha portato l'Europa nella sua scia, dovrebbe ammettere che ha un dovere di riparazione. Come ex diplomatico, posso solo sperare nel ritorno alla grande tradizione della Francia gollista, questa politica di dialogo, di apertura, di riconciliazione nei confronti di tutti gli altri partner della comunità delle nazioni, che ci ha resi orgogliosi, ma che è affondata nelle acque dell'atlantismo.
La priorità delle priorità per la Francia, stante le sue responsabilità, sarebbe quella di decidere la revoca unilaterale delle sanzioni che sono state imposte, in gran parte per sua iniziativa e sotto la sua pressione, al popolo siriano. Ma lo farà? Speriamo, senza crederci troppo, che il signor Macron alle parole faccia seguire i fatti in conformità ai suoi annunci d' effetto; nutriamo la speranza che le sue azioni almeno non contraddicano i suoi discorsi. Nell'atmosfera avvelenata che regna da tanti anni per colpa della nostra diplomazia, per riparare i danni servirà molto più di una dichiarazione.
Michel Raimbaud | 27 giugno 2017

lunedì 17 luglio 2017

Siria, sei anni di guerra... dopo l'incubo, i sogni o la realtà? (1)


Vogliamo proporvi l'intervento dell' ex ambasciatore Michel Raimbaud al convegno organizzato da "Chrétiens d’Orient pour la paix" il 27 giugno 2017 : egli vi dipinge il risultato terrificante di questa guerra che dura dall'inizio del 2011. 
Ci pare che l'autorevole diplomatico francese colga l'orizzonte globale in cui si colloca il conflitto e ne illustri senza infingimenti dinamiche e responsabilità. 
Qui la prima parte del testo da noi tradotto dal francese, il seguito domani. 
Grazie per la vostra attenzione
   Gb. P.
I / Un conflitto universale
Un brutto giorno del mese di marzo del 2011, fu dato il "calcio d'inizio" a questa interminabile guerra siriana che oggi è l'oggetto delle nostre riflessioni. Chi avrebbe potuto immaginare che questa guerra si sarebbe installata nella pubblica opinione con l'etichetta della cosiddetta "guerra dimenticata" tra un movimento popolare "democratico e pacifico" e un "regime massacratore", una buona causa da difendere da parte delle élites (di destra o di sinistra) che da vent'anni hanno cementato un comune consenso attorno a tutte le certezze morbide ereditate da un "neoconservatorismo" all'americana. L'adesione, spontanea o calcolata, ai "valori" veicolati da questo consenso, firmando la loro fedeltà (o la loro appartenenza) allo "Stato profondo", dà loro il diritto (ma dovremmo dire il privilegio) di parlare dalle antenne, dagli schermi e nei notiziari.
E' grazie a questa fede ideologica sommaria che il nostro mainstream si polarizza rapidamente sull'urgenza di "abbattere Bashar" e rovesciare "il regime siriano" adoperandosi (con un certo successo) per far condividere questa ossessione ad ampi settori della popolazione.
Nel paesaggio audiovisivo, intellettuale e politico, nascerà come per incanto un fronte compatto e senza remore che contribuirà a rendere irrilevanti i dissidenti dalla narrazione ufficiale. Il conflitto siriano sarà catalogato immediatamente come un episodio delle "primavere arabe", in linea con quelle di Tunisi, dell'Egitto, dello Yemen, della Libia, e una volta per tutte si decreterà che uno scenario come quello libico è ineluttabile anche per la Siria.
Un tempo si credeva che il lavaggio del cervello fosse appannaggio dei regimi totalitari: adesso, il conflitto in Siria, come prima la Libia, ha dato alle "grandi democrazie", compresa la nostra, l'opportunità di mostrare le proprie competenze in materia. Oscurando totalmente la condanna a morte di un popolo abbarbicato alla sovranità, all'integrità e all'indipendenza del proprio Paese, tacendo sulle distruzioni di massa, falsificando la realtà, è la resistenza stoica del popolo siriano che viene deliberatamente ignorata, l'immagine eroica di un esercito nazionale che sarà sfigurata: la negazione e il colpevole silenzio amplificano di molto ogni sofferenza.
Bisogna ben dirlo: l'impegno a deporre Bachar al Assad (che "non merita di essere sulla terra", ma sarebbe meglio "un metro sotto terra"), la volontà di distruggere (Bashar forse non sarà deposto, ma avremo distrutto la sua Siria, come osò dire di recente un avversario democratico "moderato") e la volontà di uccidere (siamo pronti a sacrificare i due terzi del popolo siriano, al fine di salvare l'ultimo terzo) non hanno poi scioccato un granché molte persone di questa parte del mondo durante questi anni di devastazione della legalità e della moralità internazionale. Malgrado le contraddizioni, le prove, le rivelazioni, le testimonianze, ci sono ancora dei fanatici o degli ingenui senza speranza, che ostinatamente difendono la tesi che la guerra in Siria sarebbe niente più che la lotta di un popolo in rivolta contro un regime oppressivo. Un episodio della "primavera araba" che è andato storto, ma non è detta l'ultima parola...
Tuttavia, quando è troppo è troppo. I ranghi dei fochisti e dei carbonai della " rivoluzione" alla fine saranno chiari. Quando si ha il naso immerso nelle rovine del caos creatore, se non si hanno gli occhi colmi di spavento davanti alla ferocia e la coscienza rivoltata di fronte alla gestione della barbarie jihadista, significa che si è scelto di chiudere gli occhi. Bisogna essere ciechi ed accontentarsi di analisi preconfezionate o di idee ricevute per non vedere nella tragedia siriana altro che un evento banalizzato dentro la sequenza epidemica di "primavere arabe" sparse. Bisogna avere un cervello scadente o particolarmente sempliciotto per negare per principio di inserire questa tragedia nel SUO VERO CONTESTO, che evidentemente si riferisce alle crisi ed alle guerre degli ultimi decenni. È quello di un'impresa geopolitica e geostrategica globale di destabilizzazione e di distruzione, ispirata, pianificata, annunciata e condotta dall'Impero sotto direzione américano-israeliana, utilizzando sistematicamente dei regimi asserviti e dei complici di circostanza (islamisti nella fattispecie) la cui agenda, per differente che sia, è compatibile nel breve e medio termine con quella dei padroni atlantici.
Visto attraverso la lente dei neo-cons che lo ispirano ormai dall'ultimo quarto di secolo, l'Occidente (l'America, Israele ed alleati europei) mira come sua vocazione a competere con l'Eurasia russo-cinese la padronanza del pianeta, e la decostruzione del mondo arabo musulmano che separa questi due insiemi è una condizione imposta dalla geopolitica. Per le forze islamiste radicali, la decomposizione degli Stati di questa "cintura verde musulmana" in entità su base etnica o confessionale è il prerequisito per la creazione di una poltiglia di Emirati, tappe incerte verso la rifondazione di uno Stato islamico basato sulla Sharia (legge coranica) o il ripristino del Califfato, un secolo dopo la sua abolizione. Per motivi storici, culturali, religiosi, politici e geopolitici, la Siria è il centro e l'epicentro di questo confronto il cui esito sarà cruciale per l'istituzione del futuro ordine mondiale in divenire.
In ogni caso, è difficile negare che le guerre di Siria (o le guerre in Siria) sono degenerate in un conflitto universale tra due campi, uno che ha dimostrato la sua forza e il secondo che si trova in completa disarticolazione:
- il campo della Siria legale e i suoi alleati (Iran, Hezbollah, Russia e Cina, e per estensione i paesi BRICS), ma anche di paesi come l'Algeria e sempre di più l'Iraq, le sue forze armate, Hachd al Chaabi (raggruppamento popolare), lo Yemen "legale" del Presidente Ali Abdallah Saleh e altre forze resistenti all'egemonia.
- Il campo avversario: regimi islamici (Turchia, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati del Golfo Persico), i terroristi e jihadisti nonché gruppi di miliziani, finanziati, armati, supportati da Israele e, purtroppo, dagli occidentali. Tutti questi avversari della Siria"legale" si consulteranno regolarmente come parte del gruppo "amici della Siria".


Questo scontro universale, che ha conosciuto in più di sei anni numerosi sviluppi, si può riassumere (ho provato a farne una descrizione nel mio libro "Tempesta sul grande Medio Oriente" pubblicato nel febbraio 2015, e poi a febbraio 2017) in una buona dozzina di conflitti uno più spetato dell'altro, mescolando l'odore di santità con l'odore del gas, le illuminazioni messianiste e le ambizioni strategiche, i riferimenti ai valori morali e i valori dei mercato, la guerra santa a sfondo religioso e la lotta profana per il potere politico.
1/ Sulla questione siriana propriamente detta:
1/ E' inizialmente una guerra per il potere, condotta dalla cosiddetta opposizione "democratica e pacifica" contro l'oppressione di un "regime assassino"
2/ Questa lotta interna diverrà rapidamente militare, trasformata dalla penna degli analisti in una "guerra civile", che non lo è affatto in quanto viene importata ...
3/ Infatti, il conflitto sarà internazionalizzato dall'intervento massiccio dei regimi sunniti radicali e di combattenti stranieri a fianco dell'opposizione (pesantemente) armata, poi per l'ingerenza ed il sostegno aperto degli Occidentali, diventando chiaramente una guerra di aggressione, che è crimine internazionale per eccellenza, secondo il Tribunale di Norimberga.
4/ Questa guerra costituirà di fatto un politicidio (che è contro un Stato ciò che l'omicidio è contro un essere umano) mirando a provocare l'implosione dello Stato-nazione siriano in mini-entità a base confessionale o etnica, conformemente ai piani israelo-americani. È l'obiettivo del Protocollo di Doha adottato sotto l'egida del Qatar nel novembre 2012 dalla Coalizione Nazionale siriana delle Forze dell'opposizione e della Rivoluzione.
2/ Sotto l'aspetto religioso:
5/ E' una guerra in nome dell'islam contro un "regime empio", sotto la bandiera della Jihad, "gestita con la ferocia e la barbarie", che è la strategia ufficiale dello Stato Islamico (Da'ech).
6/ riciclata come guerra santa dagli islamisti, la guerra di aggressione, quindi, verrà ben presto ridefinita dalla comunità internazionale come una guerra terroristica.
7/ E quindi genererà una ripresa della guerra globale contro il tal terrorismo, considerato (almeno a parole) come il nemico numero uno di tutti i paesi, una guerra destinata a servire come una foglia di fico per la guerra di aggressione contro la Siria.
8/ Un attacco dei radicali sunniti wahabiti (e simili) contro "l'asse sciita" che va da Teheran fino al Libano attraverso la Siria e l'Iraq, presentato dai wahhabiti e dei loro alleati come componente della lotta anti-terrorismo.
9/ Un'accanita guerra tra i due campi del radicalismo sunnita (Turchia e Qatar contro Arabia Saudita, Fratelli Musulmani contro wahabiti) per la gestione dell'Islam sunnita e dell'Islam.
3/ Dal punto di vista geopolitico :
10/ Una guerra per procura (proxi-war) tra l'Eurasia e l'Occidente atlantista
11/ Una guerra per l'energia, nella fattispecie per il gas
12/ Una guerra per l'interesse superiore di Israele, onnipresente nelle preoccupazioni americane e occidentali
13/ A coronamento di tutto, un risiko planetario giocato sulla "grande scacchiera" che ha come obiettivo il controllo del "Grande Medio Oriente" riaggiornato, la leadership nel mondo.
Il tributo di vite umane, il costo materiale e finanziario delle sole guerre siriane è terrificante, come il bilancio generale della "democratizzazione del Grande Medio Oriente" che dobbiamo a George W. Bush e ai suoi scagnozzi.
II/ Per legittima difesa, la Siria sta facendo valorosamente fronte alla guerra di aggressione
1/ La legittimità dello Stato siriano.
Membro delle Nazioni Unite, la Siria è uno stato indipendente e sovrano. Il suo regime è repubblicano in stile laico. Parlando di "regime siriano" per descrivere il suo governo, ovviamente si cerca di delegittimarlo, a dispetto di un principio generalmente dimenticato: mentre noi volentieri ricordiamo il diritto dei popoli all'autodeterminazione, spesso ci dimentichiamo del diritto degli Stati di decidere il loro sistema politico, senza alcuna interferenza straniera.
Secondo il diritto internazionale, il governo detiene il monopolio dell'uso legale della forza: questo deve essere ricordato a tutti coloro che sognavano di distruggere uno Stato recalcitrante, a coloro che volevano "ucciderlo politicamente", perché ha resistito ai loro obiettivi neocoloniali.
L'Esercito Arabo Siriano non è "l'esercito del regime alawita", ma un esercito nazionale di coscritti con chiamata alle armi. Esso ha il diritto assoluto di riconquistare o liberare qualsiasi parte del proprio territorio senza chiedere il permesso a nessuno. Ripristinando la sovranità dello Stato sul suolo nazionale, non fa altro che consentire allo Stato, di cui esso è uno degli organi legali, di esercitare il suo diritto di controllo del territorio. Non fa che affermare il diritto della Siria a preservare la sua sovranità, la sua integrità, la sua indipendenza.
Da oltre sei anni, un paese che non ha aggredito nessuno deve resistere a una guerra di aggressione che coinvolge in un modo o nell'altro (abitanti, militari, governi ...) più di cento membri delle Nazioni Unite, scontrandosi inoltre con un apparato internazionale e un'ONU tutt'altro che neutrale. La resistenza del "regime siriano" e dei suoi alleati ha comunque bloccato l'impresa della compagnia dei "neocon" e dei takfiristi, tanto che anche i suoi detrattori e nemici ammettono ormai (come l'ex ambasciatore americano a Damasco Robert Ford) che la Siria ha potenzialmente vinto.
   prima parte....   Testo in francese:  
http://arretsurinfo.ch/syrie-six-ans-de-guerre-apres-le-cauchemar-les-reves-ou-la-realite/

venerdì 14 luglio 2017

Kurdilandia, ovvero il paese artificiale

Scrive su MintPress Sarah Abed analizzando il ruolo che alcune fazioni kurde hanno giocato durante la storia: i Kurdi hanno aiutato le maggiori potenze a creare il caos in Medio Oriente - dalla rivolta kurda in Iraq negli anni '60 al conflitto in corso in Siria oggi.
Ancora oggi, essi si rivelano l'arma di USA e Israele per la destabilizzazione del Medio Oriente, in cui gli interessi petroliferi giocano un ruolo primario:


In questo quadro si comprendono le preoccupazioni espresse a Fides dal Vescovo di Hassakè mons Hindo :

Offensiva “autonomista” dei curdi a Hassaké. L'Arcivescovo Hindo: si sentono protetti dagli americani

I militanti e i miliziani che fanno capo al Partito Democratico Curdo (PYD), braccio siriano del Partiya Karkeren Kurdistan (PKK), hanno iniziato a realizzare nei fatti il loro intento – coltivato da anni - di creare una regione autonoma curda nella regione siriana di Jazira, che nei media curdi già viene indicata col nome curdo di Rojava.
Nella provincia siriana nord-orientale di Hassaké, l'auto-proclamata amministrazione autonoma di Rojava ha iniziato a implementare un sistema di tassazione locale per sovvenzionare i pubblici servizi della regione. Secondo quanto affermano i responsabili del progetto, le tasse saranno utilizzate per sostenere i servizi sanitari e educativi locali, per migliorare il sistema di sicurezza e anche per affermare con più forza nelle istituzioni e nella vita sociale i diritti delle donne. Il programma di tassazione prevede imposte per tutti i cittadini che hanno entrate mensili pari o superiori a 100mila lire siriane (circa 200 dollari), e quindi dovrebbe coinvolgere circa il 75 per cento della popolazione locale.
Oltre a cercare di imporre questo nuovo sistema di tasse” riferisce all'Agenzia Fides l'Arcivescovo siro cattolico Jacques Behnan Hindo "quelli del PYD hanno anche requisito e chiuso le scuole. Metà le hanno trasformate in caserme, e nelle altre hanno detto di voler introdurre nuovi programmi scolastici, che verranno realizzati in lingua curda. Tempo fa hanno provato anche a espropriare un terreno appartenente alla nostra Chiesa, ma lo hanno subito restituito, dopo che io avevo inviato lettere di denuncia sia alla Nunziatura che ad alcuni dei loro responsabili”.
Secondo l'Arcivescovo Hindo, che guida l'Arcieparchia siro cattolica di Hassaké-Nisibi, anche la regione di Jazira è coinvolta nella delicata e complicata partita geopolitica che si sta giocando in tutta la regione, e che ruota anche intorno alla 'questione curda': 
I militanti curdi del PYD” riferisce a Fides l'Arcivescovo Hindo “si sentono forti perché credono di avere l'appoggio degli USA. Io li ho messi in guardia: guardate, gli americani prima o poi se ne andranno, e voi vi troverete peggio di prima. Questi militanti sono collegati al PKK, che opera in Turchia, e dicono di aspirare soltanto a una maggiore autonomia locale, senza perseguire mire indipendentiste. Inoltre, sono nemici dei curdi di Masud Barzani, che in Iraq stanno invece marciando verso il referendum per proclamare la piena indipendenza del Kurdistan iracheno. Qui da noi, il progetto di una amministrazione autonoma sostenuto del PYD sembra andare avanti perché loro hanno le armi, ma in realtà non riscuote consensi neanche da parte degli altri curdi. Tanto meno da parte delle tribù musulmane e di noi cristiani. E non credo che sarà mai accettato dal governo di Damasco”.